
Osserviamo la tastiera
Uniforme e squadrata, la tastiera non sembra fatta per le nostre mani irregolari e con cinque dita tutte diverse. Eppure è stata progettata proprio per loro e inoltre mani e tastiera hanno una caratteristica speciale che le accomuna.
Specularità della tastiera
Un'altra cosa che per lungo tempo non avevo notato era la struttura simmetrica della tastiera. Ovviamente percepivo la successione regolare delle ottave, ma l'aspetto della specularità mi era completamente sfuggito. Solo molto tempo dopo il mio diploma scoprii che la tastiera è costruita a specchio addirittura rispetto a due tasti: il Re e il Sol diesis.

Infatti, eseguendo una scala cromatica partendo dallo stesso Re e procedendo per moto contrario, si incontrano nell'ordine: Re bemolle e Re diesis, Do e Mi, Si e Fa, Si bemolle e Fa diesis, La e Sol, La bemolle e Sol diesis (stesso suono: il secondo centro della simmetria), e poi... Sol e La, Sol bemolle e La diesis, Fa e Si, Mi e Do, Mi bemolle e Do diesis e nuovamente due Re. Come è facile notare, in ogni momento si toccano due tasti dello stesso tipo: o entrambi bianchi o entrambi neri. Questo avviene appunto perché la struttura della tastiera del pianoforte è speculare, a somiglianza delle nostre braccia e delle nostre mani, anche se a prima vista non sembra così.

Una conseguenza pratica di quanto osservato è che è sempre possibile far compiere alle due mani esattamente gli stessi movimenti, semplicemente ribaltando le note simmetricamente rispetto al Re o al Sol diesis.
Ad esempio, le battute iniziali di una nota pagina d'album di Beethoven trascritte in maniera speculare diventano:

Il rovesciamento delle posizioni ha ovviamente effetto sui suoni ottenuti, in particolare un intervallo, un accordo o una tonalità maggiori diventano minori e viceversa, i diesis in chiave diventano bemolle in chiave e viceversa.
Anche i gradi della scala si ribaltano: la tonica diventa dominante, la sopratonica sottodominante e viceversa; naturalmente la mediante... resta mediante.
In pratica diventa possibile suonare qualunque pezzo invertendo le mani, ma mantenendo inalterati movimenti e diteggiatura. Insomma... ci si può sbizzarrire a creare formule interessanti ed esercizi per ottenere una vera uguaglianza funzionale tra le mani.

Il suono del pianoforte
Il suono pianistico è percussivo: ha, cioè, all'inizio un’intensità massima, che si riduce rapidamente subito dopo, per poi spegnersi gradualmente. Da questo semplice fatto derivano una serie di conseguenze che influenzano l'esecuzione.
Durante la mia preparazione per l’esame ebbi modo di leggere un ampio estratto del corposo The Act of Touch di Matthay (1903), una dettagliata analisi del tocco pianistico, cioè del movimento finalizzato alla produzione del suono sul pianoforte. Speravo di trovarci una parola autorevole, che potesse costituire un punto di riferimento per la mia didattica. Ma bastò un’occhiata al capitolo intitolato 'enumerazione e classificazione dei tocchi' a raffreddare il mio entusiasmo.
A un’elencazione dettagliata («… vi sono otto distinte varietà di staccato di dito… vi sono sei varietà distinte di tocchi di staccato di mano… vi sono quattro varietà nel tocco di staccato di braccio… vi sono dieci varietà distinte di tocchi di tenuto o di legato di dito…») e via enumerando, seguiva una “ricapitolazione” culminante in tre schemi dalla lettura non esattamente immediata.
Calcolai rapidamente che mi ci sarebbero voluti anni per decifrare quella massa di informazioni, ma soprattutto pensai che non avrei trovato lì quello che cercavo.
Diedi una lettura frettolosa al testo e lo archiviai mentalmente tra le cose inutili, che pur bisogna conoscere. Quanto a Matthay, mi feci l'idea di una persona noiosa e pedante.
Dopo il concorso, ripresi la mia ricerca: questa volta non avevo alcuna scadenza a mettermi fretta e soprattutto cominciavano a moltiplicarsi siti Internet che davano la possibilità di reperire informazioni una volta introvabili.
Dalla ricerca vennero fuori notizie e persino foto del vecchio maestro di pianoforte che riceveva allievi ed ex-allievi divenuti a loro volta maestri nella sua accogliente casa di campagna nel Surrey. Bene, l’aspetto di Matthay poteva suscitare varie reazioni, ma con tutta certezza non provocava noia. Il vecchio Uncle Tobs, come lo chiamavano affettuosamente i suoi studenti, alto e nodoso, agghindato in maniera improponibile, coi bianchi capelli lunghi dietro la nuca e i baffoni scomposti, sotto i quali si indovinava un sorriso ironico e accondiscendente, semplicemente non collimava con l’immagine del saccente cattedratico che mi ero fatta, forse un po’ affrettatamente. Questa volta ho voluto provare ad andare più in profondità…
