La mia ricerca

Questa ricerca è nata circa 25 anni fa, quando cominciai a insegnare pianoforte in conservatorio. Nonostante avessi superato il difficile concorso a cattedre, presto mi resi conto che saper suonare non era sufficiente per insegnare con efficacia.

 

Il fatto è che il mio intero rapporto con lo strumento era basato in gran parte sull'istinto, vale a dire che non ero veramente in grado di spiegare come riuscissi a fare quello che facevo. Inoltre nel mio modo di suonare c'erano molte cose buone, alcune così così, ma anche altre che non funzionavano. Avevo sempre pensato che questo dipendesse dai miei limiti e che non ci fosse molto da fare. Ma adesso dovevo insegnare e perciò avevo bisogno di capire perché certe cose funzionassero mentre altre invece no.

 

Presi così a studiare trattati sulla tecnica e sulla didattica del pianoforte: trovai una miniera di informazioni, ma soprattutto cominciai a conoscere i principi fondamentali dell’esecuzione... e scoprii che il mio approccio al pianoforte spesso non li rispettava.

 

Per correggere i difetti decisi di lavorare su di me e sul mio approccio al pianoforte, ripartendo dai più semplici esercizi tecnici per poi procedere un passo alla volta alla riconquista dei brani più complessi del repertorio. Questo processo ha richiesto anni di studio e molta pazienza e non sono mancati i momenti di difficoltà e di crisi.

Oggi posso dirmi contento: il mio percorso mi ha portato molto al di là delle aspettative. Partito dal desiderio di elaborare un buon metodo di insegnamento, mi sono ritrovato immerso in una profonda revisione del mio rapporto con la musica, non solo con il pianoforte.

 

Mi sento finalmente connesso con la mia parte artistica, i miei limiti tecnici si sono enormemente ridimensionati, sono molto migliorato, sia come pianista sia come insegnante… e soprattutto questa crescita continua!

Il suono del pianoforte

Il suono pianistico è per sua natura percussivo. Questo significa che l’intensità di ciascun suono è massima al momento iniziale, ma si riduce rapidamente a partire dall'istante successivo, per poi spegnersi gradualmente fino al silenzio. Questo accade sia per i suoni forti sia per i suoni deboli.

Questo fenomeno pone il problema del collegamento tra suoni successivi. L'ideale sarebbe infatti che i suoni sembrassero nascere ciascuno dal precedente, come avviene per gli strumenti a fiato o per la voce, che possono cambiare nota senza arrestare la vibrazione dell'aria.

Nel pianoforte invece, suonare un’altra nota significa cambiare tasto, attivare un altro meccanismo e mettere in vibrazione altre corde. Naturalmente si può tenere abbassato il tasto fino all'inizio della nota successiva, ma questo non basta a dare la sensazione uditiva di suoni collegati tra loro.

Infatti se si esegue al pianoforte una successione di note tutte dello stesso volume, ciascun suono dopo il primo risulta più forte di come è diventato nel frattempo il suono precedente: questo genera un brusco innalzamento dell’intensità a ogni nuova nota, una cosa che distrugge l’effetto di collegamento tra i suoni.

Per ottenere al pianoforte un effetto di connessione tra suoni successivi è quindi necessario suonare ogni nota con intensità inferiore rispetto alla precedente. Si tratta di praticare quello che comunemente si chiama decrescendo o diminuendo.

In questo modo ogni suono dopo il primo ha un'intensità iniziale simile a quella raggiunta nel frattempo dal suono precedente. L'effetto che si ottiene è quello di un perfetto collegamento tra i suoni, quasi come se le stesse corde cambiassero nota senza interrompere la vibrazione.

Quanto abbiamo osservato costituisce un vero e proprio principio dell'esecuzione al pianoforte:

Il collegamento tra suoni successivi
richiede una progressiva
diminuzione dell'intensità

Questo principio generale deve però tenere conto di una serie di elementi che influenzano la dinamica.

Un primo elemento è melodico, cioè riguarda la direzione, ascendente o discendente dell'altezza dei suoni. Un diminuendo in corrispondenza di una successione discendente di note 'suona' naturale e pienamente soddisfacente per l'orecchio. Se invece i suoni hanno una direzione ascendente, l'orecchio trova naturale un crescendo, ossia un aumento progressivo dell'intensità.

Per eseguire quindi una successione di suoni ascendenti il diminuendo richiesto per collegare le note viene annullato dal crescendo richiesto dalla loro direzione melodica. L'orecchio trova naturale la dinamica uniforme delle note perché esse hanno direzione ascendente.

Un secondo elemento è l'agogica, cioè l'aspetto che riguarda la durata delle note. Note più lunghe richiedono una dinamica maggiore e sono portatrici di un accento, che crea quella che in musica si chiama sincope.

Le note lunghe (minime) mantengono l'intensità del suono precedente e interrompono il diminuendo, che riprende poi nelle note finali più brevi (semiminime).

Un terzo elemento è di ordine ritmico e riguarda la corrispondenza delle note con i momenti forti (in battere) o deboli (in levare) all'interno delle misure.

Le note in battere sono portatrici di un accento ritmico e quindi vanno eseguite con una dinamica rinforzata, mentre le note in levare hanno minore intensità.

Nel primo esempio a destra, tra le due note dovrebbe esserci un crescendo perché si tratta di una successione ascendente, ma anche un diminuendo perché le note sono legate; crescendo e diminuendo si annullano a vicenda, ma resta l'accento (e quindi un incremento di dinamica) sulla seconda nota perché è collocata all'inizio della misura e perciò nel momento forte.

Nel secondo esempio, il diminuendo delle note legate discendenti e l'accento della seconda nota all'inizio della misura si annullano a vicenda, perciò le due note si eseguono con la stessa dinamica.

Altri elementi influenzano la dinamica dei suoni come ad esempio la posizione delle note all'interno della frase musicale o il registro (l'ottava) in cui si trovano le note. Potete trovarli nella rubrica (i)nterpretazione.

Ho in mente un piano by MB © 2026

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