Quando frequentavo il Conservatorio ero in generale uno studente che 'funzionava': ogni anno riuscivo a completare il programma previsto e avanzavo nel corso senza particolari problemi. Riuscivo anche ad affrontare brani di una certa difficoltà, anche se non potevo permettermi il tipico repertorio da virtuoso.
Avevo infatti alcuni difetti, tra i quali: aggressività del tocco, mancanza di definizione nell'agilità, difficoltà di memorizzazione e un metodo di studio caotico e decisamente poco professionale.
Le lezioni seguivano questo schema: il brano mi veniva assegnato senza alcuna spiegazione preliminare, io lo leggevo da solo per il tempo necessario e poi lo 'facevo sentire' all'insegnante, che procedeva a correggere gli errori e le imprecisioni.
Potendo contare su una buona lettura a prima vista, ero in grado di realizzare in pochi giorni un’esecuzione grezza dell’intero brano con l'intenzione di depurarla gradualmente nei mesi successivi. Questo modo di procedere portava con sé un problema: quasi sempre quando arrivavano le correzioni dell'insegnante, l’esecuzione si era ormai fissata. In pratica la memoria uditiva e muscolare aveva automatizzato una certa esecuzione e ci volevano decine di sedute di studio per correggere i difetti, cosa che purtroppo non sempre riusciva.
Nel frattempo l’ascolto regolare delle interpretazioni dei più noti pianisti (qualche volta anche dal vivo) rendeva sempre più raffinato ed esigente il mio gusto musicale. Al confronto i risultati del mio studio mi sembravano poca cosa e non avevo alcuna voglia di far sentire in pubblico le mie esecuzioni, anzi ero terrorizzato dalla sola idea.
Le poche volte che mi esibivo da solista l’esperienza era sempre traumatica: l’ansia prendeva il sopravvento e mi faceva perdere di vista l’espressione del pensiero musicale. Ricordo alcune esecuzioni semplicemente disastrose. Altre volte non suonavo così male, ma comunque ‘stavo male’ per tutta la durata dell’esecuzione.
Curiosamente, le cose cambiavano quando si trattava di suonare insieme ad altri: non avevo ansia e la qualità dell'esecuzione era in generale molto migliore, sia dal punto di vista della tecnica che dell’espressione. Accadeva soprattutto una cosa: mi godevo ogni momento dell’esibizione. La differenza era tale che non si spiegava con la semplice, confortante presenza dello spartito, diversamente da quando suonavo da solo.
Negli anni della mia trasformazione ho poi potuto comprendere come mai potessi suonare tanto bene con altri e tanto male da solo. Da ragazzo semplicemente mi convinsi di essere negato per il pianismo solistico e dotato invece per la musica da camera e orientai in tal senso la mia attività professionale.