La didattica alla quale ero esposto da studente si basava essenzialmente sulla ricerca del talento 'bello e pronto'. Convinti che un bravo studente trova da solo tutte le soluzioni, gli insegnanti davano pochi suggerimenti.
Le raccomandazioni più frequenti riguardavano la compostezza del corpo, l'articolazione e il 'legato'. Io però tendevo a trasformare questi inviti in una leggera rigidità, non sempre evidente, che però creava un'abitudine che nel tempo si rivelò dannosa.
Se provavo a chiedere come dovessi studiare un certo passaggio, la risposta era di solito « studialo di più » e se replicavo che lo avevo già studiato a lungo, ma senza risultato, la sentenza era: « evidentemente non hai abbastanza talento ».
D'altra parte, quando pure ricevevo dei suggerimenti, non li capivo. « Tra la spalla e la punta delle dita dev'esserci come un filo di seta », mi disse una volta un insegnante, alludendo alla sensazione che dovevo provare nel suonare. Ma era un'idea talmente lontana dalla mia esperienza che la presi come una battuta di spirito. Avevo infatti una serie di preconcetti ben saldi… e in gran parte sbagliati!
Come l'idea che per suonare il pianoforte occorresse grande forza fisica. Una convinzione che si era forse formata perché quando cominciai a suonare ero un bambino e il pianoforte mi appariva grande e imponente. Avevo visto però un accordatore al lavoro e in quell'occasione avevo potuto osservare le corde, la meccanica e le leve dei martelli, più sottili delle mie dita. Ma, niente… la mia convinzione non cambiava!
Un altra idea che coltivavo all'epoca dei miei studi era che questa forza dovesse concentrarsi nelle dita, isolate dalla mano e dal braccio. Mi aveva senz'altro influenzato uno dei miei libri di tecnica, che sulla prima pagina titolava « esercizi per sviluppare la forza, l'uguaglianza e l'indipendenza delle dita ». Non mi accorsi che un altro di questi libri recitava, sempre in prima pagina, « unico scopo di questi esercizi è […] rendere dita, mano e polso flessibili ». Niente da fare: quelle tre parole (forza, uguaglianza, indipendenza) rimanevano il mio incontestato orizzonte di riferimento.
Eppure bastava che mi guardassi le mani per vedere cinque dita tutte diverse tra loro, che in nessun modo potevano diventare uguali. Quanto all'indipendenza, era facile osservare come il movimento di un dito influenzasse in una certa misura le altre e persino l’intera mano: una condizione assolutamente fisiologica. Ma io continuavo a pensare che con l'esercizio le mie mani si sarebbero trasformate.
L’idea che per suonare il pianoforte non dovessi modificare la mia struttura fisica, ma semmai sviluppare al massimo grado flessibilità e coordinazione non mi sfiorò la mente. Invece continuai a coltivare il sogno di mani e polsi d’acciaio con dita forti e scattanti, come cinque stantuffi tutti uguali, potenti e infaticabili!