Due fattori, la visione della tastiera come una distesa uniforme e regolare, e la pratica di esercizi a moto parallelo con le due mani sempre nell'area centrale della tastiera, mi avevano portato sin dagli inizi a pensare che la migliore posizione delle mani consistesse nel tenerle ben allineate tra loro, con le dita parallele ai tasti. Sembrava un’idea corretta, che rispondeva anche alla richiesta di 'compostezza' dei miei insegnanti.
Solo molto tempo dopo compresi che questa posizione richiede una costante deviazione dei due polsi rispetto ai relativi avambracci ed è già di per sé causa di un modesto, ma continuo stress muscolare che potrebbe benissimo essere evitato. Infatti il piccolo angolo che si crea all'altezza del polso ostacola il flusso di energia tra avambraccio e mano e rende l’esecuzione faticosa. Se avessi accettato invece di porre le mani leggermente in diagonale rispetto ai tasti, avrei realizzato un perfetto allineamento tra le mani e i rispettivi avambracci ed evitato una buona dose di fatica e di stress muscolare.
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Gli insegnanti raccomandavano poi di articolare bene ogni nota e di tenere le dita ben curve; per due ragioni: innanzitutto solo con le dita curve si ottengono suoni pieni e robusti; in secondo luogo le dita curve annullano le differenze di lunghezza tra le dita corte, pollice e mignolo, e le tre dita centrali più lunghe.
Certo, tenere le dita costantemente curve causava un lieve irrigidimento della mano, ma col tempo avevo imparato a considerare normale questa sensazione inizialmente fastidiosa. Anche l'agilità veniva limitata, ma naturalmente pensavo che, studiandoci su negli anni successivi, le mie mani sarebbero diventate sempre più veloci. Inoltre, se con le dita curve si ottenevano facilmente dei suoni robusti, era però molto difficile suonare piano o pianissimo. Ma pensavo che anche questo problema si sarebbe risolto con lo studio.
Un'altra regola che avevo interiorizzato era di 'legare' le note mantenendo la pressione sul fondo del tasto appena suonato fin quando non si abbassava il successivo. Così facendo il primo dito fungeva da perno per l'articolazione successiva, dandomi una sensazione di grande solidità e robustezza di tocco. Questa pratica si pagava ovviamente con la solita 'lieve' rigidità e con la difficoltà ad accelerare il movimento. Ma anche in questo caso pensavo che col tempo e lo studio sarei diventato molto più veloce e sciolto.
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I movimenti delle braccia lungo la tastiera seguivano il principio di base di usare le traiettorie più brevi possibili, ossia quelle lineari. Negli spostamenti lenti questa pratica andava bene, ma, se c'era da muoversi con rapidità da una posizione a un'altra, ecco che si presentava un problema: beccare il tasto giusto! Per far questo occorreva frenare il braccio appena 'lanciato' in una direzione, tirando in direzione opposta. Un'operazione stressante per i muscoli, ma soprattutto rischiosa: in pratica si sbagliava tasto una volta su due. Ovviamente pensavo che con lo studio e lo sviluppo della tecnica anche i salti più rapidi sarebbero diventati agili e precisi.
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Un importante aspetto dell'esecuzione al pianoforte è poi, come molti sanno, l'uso del pedale destro, il pedale di risonanza. Quand'ero bambino non me ne preoccupavo, anche perché per abbassarlo avrei dovuto suonare stando in piedi. Ma, anche quando fui alto abbastanza per usarlo senza problemi, mi fu raccomandato di non toccarlo per non 'viziare l'orecchio': l'effetto del pedale di risonanza creava infatti 'confusione'.
Da un certo momento in poi, però, mi fu chiesto di 'mettere il pedale', altrimenti i suoni risultavano secchi. « E come si mette? » « Abbassandolo e alzandolo, no? » « Quando? quanto a lungo? » « Regolati con l'orecchio, il tuo talento ti guiderà! »
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Problemi di postura non me ne ponevo. Se mi avessero chiesto da ragazzo « Come gestisci il tuo corpo durante l'esecuzione? » oppure « quando suoni percepisci il tuo respiro? » avrei probabilmente risposto « Corpo? Respiro? Non saprei: io suono con le mani! »
Allo stesso modo non mi occupavo di comunicare un pensiero musicale e tanto meno di trasmettere emozioni. E qui c'era già una bella differenza tra quando suonavo da solo e quando suonavo con altri. Per creare l'insieme infatti non bastava andare allo stesso tempo; occorreva condividere idee musicali fatte di ritmo, fraseggio, sonorità, ma anche gesti, respiri, sguardi. Tutte cose che mi venivano proposte dagli altri studenti con cui suonavo o dai loro maestri. Io rispondevo in maniera 'empatica', quasi senza accorgermene, e così riuscivo a fare cose che da solo non avrei mai saputo fare.
Dal punto di vista puramente tecnico, l'esecuzione al pianoforte era per me una semplice successione di gesti e non sempre mi riusciva di cogliere un aspetto unificante, che mettesse in relazione i vari elementi. Vedevo il testo musicale come una serie di ordini da eseguire e i passaggi più difficili come degli ostacoli da superare o, se questo non mi riusciva, da aggirare.
Scrivendo a distanza di anni, non posso fare a meno di pensare che non c'è praticamente una sola di queste convinzioni che col tempo io non abbia riveduto e, in qualche caso, addirittura messo in discussione dalle fondamenta.